New York: entrare in un libro o in una libreria

E’ proprio vero che New York, come accade nei film, ti regala sempre una sorpresa inaspettata. Se ha la nomina di metropoli dove tutto può accadere, deve esserci un fondo di verità.

Ero tornata da pochi mesi da un viaggio che mi aveva segnato molto profondamente. Giordania, Gerusalemme, Istanbul. Avevo voglia di qualcosa di meno esotico. Con mio marito ed una coppia di amici scegliamo New York. Una meta che credevamo emotivamente meno impegnativa. Come sono solita, il mio immaginario sulla città era stato costruito intorno a serie tv (I Jefferson, I Robinson, Fame, Arnold, Gossip Girl, Sex and the City) e libri. L’avventurosa nascita descritta da Edward Rutherfurd in New York, il famosissimo Il diavolo veste Prada di Lauren Weisberger, il romanticissimo Domeniche da Tiffany di James Patterson e il classico Paul Auster con Sunset Park, immancabile.

Tutto si è rivelato secondo le aspettative. La città era un mix di ogni cosa avessi visto e letto più altri milioni di input che mi hanno lasciata stordita, tanto da arrivare a dire, “No, New York mi ha delusa, che caos!” Normale. Dopo i richiami del muezzin, le distese infinite di deserto rosso, meditazioni in luoghi sacri di ogni confessione religiosa, lingue sconosciute sussurrate tra i vicoli o gridate nei mercati, onestamente lo dico, il traffico continuo, i grattacieli che coprono il cielo, la gente che corre senza guardarti in viso, le distanze snervanti da percorrere da un sito all’altro, l’aria raramente limpida, era troppo. Insomma, la famosa energia di New York mi ha investita in pieno ed io completamente impreparata sono stata travolta come una carta di giornale spazzata via dall’aria che esce dai tombini.

Ne avrei un ricordo negativo se l’ultimo giorno di permanenza non avessi deciso di fare un giro nell’Upper West Side, dove si è compiuta inaspettatamente la magia. Avevo scelto di portare con me un romanzo ambientato proprio a New York. Deborah Meyler e il suo Lo strano caso dell’apprendista libraia. Una storia leggera, da viaggio. Camminando per il quartiere ho riconosciuto alcuni luoghi citati dalla protagonista, come ad esempio un supermercato. Mi sono guardata intorno e sotto una impalcatura ho scorto una libreria. Che sorpresa nel constatare che era esattamente quella descritta nel libro. Non “La civetta” ma la pittoresca “Westsider Books & Westsider Records”.

Che sogno per ogni lettore entrare nel libro che si sta leggendo. Io come Bastian ne La storia infinita ero tra le pagine del libro. La scaletta di legno che andava al piano di sopra, il bancone ingombro di libri, gli scaffali stracolmi. L’odore di vecchio, di usato, di New York, di quella città che cercavo e che alla fine si è rivelata, proprio quando ho abbassato la guardia e smesso di giudicare. Una vera e propria magia.

Sono tornata dal viaggio totalmente scombussolata. Ci ho messo mesi ad elaborare l’impatto con New York, a cercare di capirla andando oltre gli stereotipi. Troppi pregiudizi hanno intralciato la conoscenza, troppi film visti, troppa poca apertura da parte mia, che con gli occhi pieni di minareti non ho saputo cogliere anche il fascino dei grattacieli. In questi anni ho continuato a leggere storie ambientate a New York. Voglio conoscerla meglio, da diversi punti di vista, voglio tornarci con una consapevolezza maggiore per saperne cogliere il meglio, il vero fascino oltre la patina da rivista e stavolta ascoltare al di là delle sirene.

La verità di Amelia di Kimberly McCreight con l’atmosfera thriller nell’alta società cittadina, Il giorno che aspettiamo di Jill Santopolo, l’11 settembre che aleggia nelle vite dei newyorchesi e la meravigliosa ma insolita Isabelle Allende di Oltre l’inverno che da Brooklyn intese trame sotto la neve, mi stanno per ora guidando sul cammino, laddove nemmeno Paul Auster c’era riuscito affido ai libri la possibilità di entusiasmarmi per partire di nuovo all’avventura.

Lascia un commento